Stefano Menegardi parla della storica falesia la Vela e della recente richiodatura di vie esistenti e apertura di nuove vie. Da Bruno Detassis e Gino Pisoni negli anni ’30 passando per Roberto Bassi e Marco Furlani negli anni ’70 per nominare soltanto quattro che hanno arrampicato e si sono allenati a pochi minuti dal centro storico di Trento.

Non sono Trentino d’origine e per me la falesia della Vela, a pochi minuti dal centro storico di Trento, non è mai stata – come invece lo è per molti amici arrampicatori cresciuti nella terra dove ora abito anche io – la falesia storica di riferimento per le prime scalate giovanili. Insomma, io sono un po’ un outsider: nato in Lombardia, sulle rive del Lago di Garda, all’età di 22 anni mi sono trasferito qui, tra queste montagne.

Mi ricordo che i primi tempi, quando ancora frequentavo l’università, il fascino del paesaggio era accompagnato da un senso di claustrofobia, dovuto probabilmente alla valle stretta che delimita l’insediamento umano principale – per l’appunto, la città di Trento – e nasconde il sole per molte lunghe ore della giornata, soprattutto d’inverno. Dopo la fine degli studi, quando ho deciso di prendere casa ai piedi del monte Calisio, non ho potuto che innamorarmi definitivamente del luogo. E la claustrofobia ha lasciato campo libero alla devozione.

Ci sono stati momenti, durante questi anni, in cui ho pensato sinceramente che non ci fosse posto migliore al mondo dove una persona possa essere trapiantata. Ho persino, in quei momenti, messo in discussione uno dei principi in cui sempre ho creduto fermamente: “Siamo in quanto relazioni umane”. Soprattutto il foliage dei boschi in autunno, infatti, la distesa di chiome dai colori caldi che ti sorprende al risveglio e ti accompagna finchè cala il buio, mi ha a più riprese sfidato a rivalutare questa mia convinzione, portandomi a pensare che l’accezione “umane” non sia necessaria.

Un po’ sulla linea di pensiero di Christopher McCandless nel libro le Nelle terre estreme: “Ti sbagli se pensi che le gioie della vita vengano soprattutto dal rapporto tra le persone. Dio ha messo la felicità dappertutto e ovunque, in tutto ciò di cui possiamo fare esperienza, abbiamo solo bisogno di cambiare il modo di vedere le cose.”

La falesia della Vela è il simbolo eccellente della potenza dell’ambiente e della natura e della loro capacità di influenzare le tue giornate – simbolo di come un’accozzaglia disordinata di vegetazione e di sassi possa essere il luogo dove le persone amano divertirsi per migliorare la propria giornata. Un luogo che perdura in questo compito da intere generazioni. E che queste generazioni le mette in comune, attraverso il dono dell’arrampicata.

Quest’ultima è stata la motivazione che ha portato Paolo – Trentino doc – e me a iniziare una piccola opera di risanamento del luogo, che ha previsto la rochiodatura di vie storiche – il contatto con vecchie generazioni! – e l’apertura di nuove vie.

Tipica presenza presso la Vela è quella dei caprioli che spesso, al tramontare del sole, si rincorrono l’un l‘altro al limitare della cima della parete ed inevitabilmente causano la caduta di qualche pietra. A chi ripeterà gli itinerari consiglieremmo quindi di portare il casco in via precauzionale.

L’idea, così come anche l’inizio del lavoro concreto, della realizzazione di alcuni itinerari nella porzione di parete gialla della Vela è nata nell’autunno 2017, quando io e Paolo, desiderosi di mettere le mani sulla roccia non solo per arrampicare ma anche per fare, abbiamo cominciato a lavorare sul famoso Gendarme – la storica guglia appoggiata alla parete caratteristica della Vela. Un tempo pulita e scalabile, ora era ricolma di edera, completamente nascosta dal verde. Paolo e il suo decespugliatore erano impegnati a restituirgli l’antico splendore mentre io cercavo con gli occhi e con le mani itinerari nuovi.

Il Gendarme, mi racconta Paolo, era la palestra di lui e del suo gruppo di amici trent’anni fa, quando avevano vent’anni. L’allenamento consisteva nell’esecuzione del traverso, che implicava di dover salire e scendere da 15 metri d’altezza da terra, senza l’ausilio della corda. Ora, penso io, il Gendarme sarà sicuro: sarà dotato di protezioni adeguate lungo le fessure e sulle placche e di soste di calata dalla sua cima. Gli sarà restituito il ruolo di punto di riscaldamento o primo approccio alla scalata alla Vela.

Capisco, nel frattempo, che Paolo è motivato dalla storia, la storia della sua giovinezza arrampicatoria. La sua è un’impresa di rispolvero delle proprie origini e riscoperta di un mondo attuale più che mai, pieno di buoni propositi e persone inesperte da conoscere, da cui imparare e a cui trasmettere qualcosa del passato. Io invece sono affascinato dalla parete gialla che assomiglia tanto alle mie Dolomiti preferite, le Tre Cime di Lavaredo.

La Storia passata

Consci di star riportando alla luce qualcosa che qualcun’altro, parecchi decenni prima di noi, aveva inventato, ne abbiamo parlato con i colleghi istruttori della scuola di alpinismo Graffer di Trento. Ne è risultato una brevissima opera di ricerca sulla falesia della Vela, alimentata dalle chiacchiere con gli amici Trentini e dai libri consigliati da Riccardo De Carli, il prezioso bibliotecario della Sat, da cui subito i primi mi hanno indirizzato.

Riccardo mi illustra subito alcuni documenti utili e cita qualche nome che lui considera fondamentale per la ricostruzione di una storia, quella della Vela, ancora da catalogare: Cantaloni, il compagno di cordata di Andrea Andreotti; Valentino Chini, persona discreta che ha fatto la storia dell’alpinismo trentino; Marco Pilati, Pierino Franceschini, Paolo Scoz, Carlo Claus ed altri. Andrea Zanetti e Diego Filippi, con Sabrina Bazzanella, hanno poi concepito e chiodato, dice Riccardo, le vie più recenti, negli anni Ottanta. Le ultimissime opere di chiodatura della parete sono state effettuate da parte del gruppo locale Appigli Invidibili.

I primi in assoluto, comunque, a tentare la parete della Vela negli anni d’oro dell’alpinismo dolomitico sestogradista (‘30-’40), mi spiega Riccardo, sono stati probabilmente Detassis e Pisoni. Sono stati poi Roberto Bassi e Marco Furlani, nel 1978, ad aprire in libera il diedro Detassis, che presentava prima che lo richiodassimo chiodi risalenti probabilmente anche agli anni ‘30, agli anni ‘50 ed anche spit a mano degli anni ‘80.Si può dire quindi che il Diedro rappresenti quello che è per noi la storia dell’alpinismo degli ultimi 100 anni.

In centro parete, poi, nella fascia gialla, esiste una linea che, come il diedro Detassis, attraversa tutta la parete. Si tratta della Via del Congedo, aperta alla fine degli anni ‘70 dal fuoriclassa Marco Pegoretti. Con chiodi a pressione e piccoli spit a mano, l’alpinista è riuscito a delineare una linea di fessure e diedri strapiombanti che avremmo intenzione di richiodare completamente (per ora, chiodata per 30 metri).

Nel 25° annuario della Biblioteca della Sat del 1929-1930, la Falesia della Vela è descritta come una “lama di calcare giallognolo addossata alla parete strapiombante; fra essa e la parete una fessura irregolare: è il camino della Vela. Salita breve, ma difficile e faticosa. Discesa con due corde doppie dall’altro versante.”

Nel bollettino Sat del 1987, Andrea Andreotti parla della Vela come un posto da valorizzare, da riscoprire, “un piacevole luogo di ritrovo per tutti coloro che amano arrampicare”. E aggiunge: “Io credo che se tutti coloro che, anche per una sola ora , si sono divertiti sulle pareti della Vela, un giorno si trovassero insieme per una giornata di “disgaggio”, più della metà del lavoro potrebbe essere fatto. Se poi intervenisse, per le cose di sua competenza, anche il Comune, la Vela potrebbe diventare un piccolo gioiello”. Insomma, Andreotti si faceva promotore dell’“l’esigenza di spianare l’attacco delle pareti, ripulirlo di rifiuti e cespugli (seminarlo ad erba?) e, dove possibile, proteggerlo con una recinzione di legno. Se poi si riuscisse ad evitare il continuo passaggio di camion diretti alla discarica pubblica si sarebbe veramente ottenuto l’optimum.”

Speriamo di aver onorato, almeno in minima parte, il suo invito.

Il nostro lavoro in massima sintesi
Le vie nuove:

Stefy Way, valutata 7a/7a+
Aste, valutata 7b
Variante anatomica, valutata 7b+
Via per Tuma, da valutare
Via Piccola Detassis, valutata 6c+
Via del Buco, da valutare
Veleno Clamoroso, 7b+ circa
Via per Tuma, 8b

Le vie ristrutturate/richiodate:
Via del Congedo, richiodato il primo tiro (30 mt) valutato 6c+/7a
Va Detassis, richiodatata la parte alta (a cui si congiunge da variante Piccola Detassis), valutata 6° grado
Via dello Spigolo (sul Gendarme), valutata 5c
Via del Gendarme (sul Gendarme), valutata 6a

Note finali e ringraziamenti
La ristrutturazione delle vie è ancora in corso d’opera; coloro che vorranno iniziare a scalare potranno quindi senza problemi chiedere informazioni al sottoscritto – smenegardi@gmail.com.
Consiglio inoltre di portare sempre il casco per proteggersi da eventuali pietre che cadono talvolta verso sera dall’alto.
Un ringraziamento particolare a Paolo Pascale, il mio compagno di lavoro, e Stefania Pezzi, la mia fidanzata. Ringrazio poi il negozio Vertical Sport di Trento per il supporto con il materiale. Ringrazio anche Cristiano Casagranda e Alberto Melati, per la disponibilità e l’aiuto, così come il fotografo Daniele Donatini Un grazie finale a tutti i membri della Scuola Graffer, di cui faccio orgogliosamente parte.

Stefano Menegardi

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